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il capitale intellettuale: making invisible visible

L’evoluzione dei mercati e dei modelli competitivi su scala globale, stanno sempre più evidenziando l’importanza quale chiavi del successo aziendali di fattori, detti intangibili o immateriali o “capitale intellettuale”, quali le competenze distintive, la qualità del capitale umano, le relazioni commerciali, l’organizzazione e la qualità della forza vendita, la fidelizzazione della clientela, l’immagine aziendale.
Il capitale intellettuale viene generalmente inteso come insieme di risorse immateriali riferibili al capitale umano, al capitale strutturale e al capitale relazionale. Il capitale umano è costituito dalle conoscenze e competenze possedute dai dipendenti dell’azienda. Il capitale strutturale è rappresentato dalla conoscenza codificata, trasmissibile, condivisibile e riproducibile, incorporata in qualche elemento aziendale (es.: brevetti, database, procedure, ecc.). Il capitale relazionale, infine, è costituito dalle relazioni che l’azienda pone in essere con i propri stakeholders, quali fornitori, clienti, dipendenti, ecc.


Ma quale è il ruolo del capitale intellettuale nell’economia d’azienda? Tipicamente, le imprese utilizzano le proprie risorse per realizzare beni e servizi da scambiare sul mercato e conseguire una redditività positiva. In questo processo di creazione di valore, sia risorse tangibili che intangibili vengono utilizzate. Oggi sono le risorse intangibili o il capitale intellettuale a fare la differenza tra processi produttivi competitivi e processi destinati al fallimento. Infatti, tutte le aziende possono avere accesso alla medesima tecnologia e ai medesimi asset ma è il modo con cui questi vengono combinati ed utilizzati a generare un maggiore o minore valore. Le capacità di utilizzo dipendono strettamente dalle conoscenze aziendali, cioè dal capitale intellettuale. Ecco quindi che il capitale intellettuale diventa l’elemento fondamentale e discriminante che permette ad un’azienda di sopravvivere e vincere la sfida del mercato. Il valore aziendale viene quindi a crearsi grazie all’interazione di risorse umane, organizzative e relazionali tra loro e con il capitale fisico e finanziario aziendale. Diviene quindi fondamentale gestire tali interazioni in modo adeguato affinché sia possibile massimizzare il valore d’impresa.
Purtroppo, nonostante il capitale intellettuale sia una ricchezza importante, questo risulta assente negli strumenti di accounting tradizionali, sia destinati al management che agli stakeholder esterni, e quindi sovente trascurato. L’evidenza più ovvia è data dal fatto che molte aziende “eccellenti” presentano un valore di borsa di gran lunga superiore al patrimonio netto di bilancio e tale gap è riconducibile quasi totalmente a risorse immateriali. Sorge quindi la necessità di misurare e valutare il capitale intellettuale in tutte le situazioni di gestione corrente e straordinaria in cui sia importante far emergere la reale dimensione del capitale di impresa.
Ma cosa significa misurare e valutare il capitale intellettuale? Sinteticamente, significa individuare le risorse immateriali rilevanti, mappare le specifiche azioni manageriali di creazione e sviluppo poste in essere dall’azienda ed analizzarne l’efficacia e l’efficienza, misurare la conseguente performance degli asset intangibili e l’impatto complessivo di questa sulla performance aziendale e sul valore di impresa. Questo implica che per misurare il capitale intellettuale aziendale non è sufficiente fermarsi alla superficie aziendale, ai risultati reddituali o finanziari conseguiti ma è necessario analizzare la strategia, l’organizzazione, il business model adottato e così via.
In dettaglio, per l’identificazione (mappatura) delle risorse immateriali critiche è di particolare ausilio lo sviluppo di un’analisi strategica e organizzativa aziendale: tale analisi consente, infatti, di individuare le risorse che maggiormente contribuiscono al processo di creazione di valore in quanto legate ai fattori critici di successo. Sono esempi di risorse critiche le competenze tecniche o manageriali (capitale umano), le relazioni con i clienti o con i fornitori (capitale relazionale), le procedure, i meccanismi operativi, il sistema informativo (capitale organizzativo), ecc.
Una volta individuate le risorse da monitorare, si procede con la progettazione degli indicatori espressivi del loro livello quali-quantitativo nonché delle politiche manageriali dirette a creare e sviluppare le stesse risorse immateriali. Ad esempio, il valore del capitale umano dipende dal livello e dalla qualità delle competenze, dalla capacità dell’azienda di trattenerlo e dal clima aziendale che favorisce sia la diffusione del sapere in azienda sia contribuisce alla fidelizzazione dei dipendenti all’azienda. Ecco quindi che per monitorare tali aspetti del capitale umano devono essere utilizzati indicatori ad hoc espressivi del livello delle competenze monitorate (tecniche, manageriali, ecc.), della capacità del personale di raggiungere gli obiettivi, del turnover aziendale, delle varie dimensioni del clima aziendale. Non solo, si dovranno anche monitorare le attività di creazione e sviluppo del capitale umano attraverso indicatori riferiti, ad esempio, all’attività formativa, al coaching, alle iniziative di team building, ecc.
L’ultimo step da compiere è l’individuazione dei legami tra capitale intellettuale e performance globale che permettano di evidenziare come una buona gestione delle risorse immateriali influenzi la capacità dell’impresa di generare ricchezza e mantenere una posizione competitiva vincente. Tale step è ovviamente propedeutico all’individuazione dei flussi reddituali e finanziari potenzialmente attribuibili al possesso di un determinato capitale intellettuale e quindi alla valutazione di tale “ricchezza nascosta”.
Ovvio è che il processo di misurazione e valutazione del capitale intellettuale è complesso e richiede competenze specialistiche e interdisciplinari che permettano di comprendere il capitale intellettuale nella sua interezza e di dargli un’adeguata rappresentazione per finalità manageriali o di disclosure a interlocutori specifici (soci, finanziatori, partner, ecc.).
Per generare benefici le misure e il valore del capitale intellettuale devono, infatti, essere inserite nel sistema di reporting aziendale o comunicate all’esterno. La comunicazione può avvenire attraverso specifici strumenti di comunicazione volontaria (c.d. “bilancio del capitale intellettuale”) o, con alcune accortezze e specifiche procedure, nel bilancio di esercizio. Solo attraverso la rappresentazione del capitale intellettuale nei report destinati all’interno o all’esterno il capitale intellettuale da invisibile diviene visibile. Questo aspetto verrà maggiormente approfondito in un prossimo intervento.
Fin qui abbiamo detto che misurare e valutare il capitale intellettuale è possibile ed anche utile. Ma quali sono i benefici “tangibili” derivanti dalla misurazione e valutazione? Ovviamente non è possibile farne un elenco esaustivo ma sono molteplici e rilevanti. A titolo esemplificativo, l’azienda diviene capace di gestire, per incrementarli, asset importanti spesso trascurati per mancanza di cultura quali il know-how, la reputazione aziendale, ecc. In altri termini, diviene possibile gestire il capitale intellettuale secondo un approccio strategico-finanziario per massimizzarne il contributo offerto nel processo di creazione di valore aziendale (basti pensare al noto adagio “you can manage what you can measure”).
Ancora, l’azienda può riuscire a visualizzare e comprendere l’efficacia e l’efficienza di specifiche azioni e il loro impatto sul valore economico, ossia a capire se e quanto investire in attività di formazione o di marketing o in altre azioni, trasformando la “fede” nell’utilità di tali investimenti in “scienza”, ossia in un atto razionale e ponderato e quindi evitando il rischio di sprechi ed errori. In altri termini, il sistema permette di capire se, ad esempio, un investimento in formazione si traduce in un incremento del valore economico.
Inoltre, sfruttando le rilevanti opportunità offerte dai principi contabili internazionali e, in misura minore, nazionali, l’azienda può incrementare la propria patrimonializzazione dando visibilità in bilancio dei propri asset più preziosi e quindi riuscire ad attrarre maggiori finanziamenti. Sempre dal punto di vista finanziario, l’azienda comunicando i propri intangibili può riuscire a migliorare il proprio rating ai fini di Basilea 2 e quindi beneficiare di un minore costo del denaro: si pensi che già ora molti modelli di rating bancari tengono in considerazione la qualità del management, della clientela o il grado di strutturazione e innovazione.
Concludendo, il capitale intellettuale è un tesoro e nessun tesoro nascosto genera ricchezza: è necessario cercarlo, trovarlo e usarlo.

 

, di Marco Giuliani, su: Risorse Umane, Intangibles e Sostenibilità - Tag: , , , ,

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